Titolo: Giù le mani da Tavolara: perché il nuovo mega resort è un insulto al bene comune

Se quest’estate avete pagato un biglietto o scaricato un’app anche solo per stendere l’asciugamano in Sardegna, sappiate che la regola vale solo per voi.

Mentre ai viaggiatori si chiede di camminare in punta di piedi per non rovinare un paradiso fragile, per i colossi del cemento le regole diventano magicamente flessibili.

Da anni sentiamo la stessa melodia sull’overtourism e sulla necessità di contingentare gli ingressi con ticket e divieti sacrosanti. Poi, in barba a ogni forma di pudore, spunta il progetto “Tavolara Bay”: un colosso a cinque stelle a Cala Finanza, proprio di fronte a una delle aree marine più protette d’Italia.

I numeri del progetto

a sola struttura ricettiva principale della prima fase si aggira sui 4.350 metri quadri.

Il piano iniziale copre 10 ettari a ridosso del mare con un hotel 5 stelle lusso da 50 camere gestito dal marchio Fasano, un comparto residenziale di circa 30 ville esclusive (fino a 500 metri quadri) e spazi commerciali d’élite. Il disegno complessivo sollevato dal WWF prevede inoltre una trasformazione radicale di Punta La Greca con un campo da golf privato, uno Yacht Club con porto turistico, un Beach Club esclusivo e un eliporto per garantire la massima riservatezza ai clienti VIP.

Se questo non è uno stupro di un territorio, non sappiamo cosa lo sia.

La bellezza di quest’isola non è un’autostrada da asfaltare. Costruire a ridosso dell’Area Marina Protetta di Tavolara – Punta Coda Cavallo non è “sviluppo di lungo periodo”, è solo sfruttamento, violenza e prevaricazione.

Siamo davanti al solito copione del profitto privato di pochi eletti che calpesta il bene comune.

La beffa burocratica

La beffa finale arriva dalla burocrazia: il Piano Paesaggistico Regionale vieta di costruire entro i 300 metri dalla riva, ma il governo centrale ha pensato bene di usare la scorciatoia economica del “fast-track” delle ZES per scavalcare i secchi “no” della Regione, del Ministero della Cultura e dei cittadini.

Un escamotage di basso livello che lascia l’amaro in bocca.

Quando gli interessi privati scavalcano la voce di chi il territorio lo vive e lo protegge, il danno è collettivo.

La Sardegna non è solo dei sardi, è di tutti noi italiani. Restare a guardare mentre si consuma questa violenza significa essere complici: è ora di indignarsi.

Per chi volesse approfondire, di seguito alcuni link:


Cosa ne dice il WWF

Un articolo esaustivo di adnkronos in cui si analizza l’analogia con l’Albania

La voce interna alla Regione di “La Nuova Sardegna“

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